La festa fra il sacro e l'orrore - di Mons. Giovanni Battista Chiaradia

Il tema della festività dall'antichità al mondo rovesciato di oggi

24/12/2007
Le feste e le solennità scandiscono i ritmi più importanti della settimana.
Nella tradizione greca la festa è avvertita come un impegno diverso da quello della settimana, acquista il significato di servizio-adempimento a favore degli dei, di propiziazione nel cambio di stagione, nei momenti culminanti della vita agricola, come quelli della semina e del raccolto.
Sono feste della fecondità in favore della famiglia e della stirpe. Periodi santificati per legge.
Poi le feste civili: commemorazioni, anniversari come la memoria della battaglia di Salamina e di Maratona.
 
La nostra vera tradizione è specialmente Israele con il «Sabbat» (Sabato), poi la «Pesah» (Pasqua) che divenne pure la Festa dei pellegrinaggi, come recita il libro biblico del Deuteronomio 16,1s.
Nel Cristianesimo, la Domenica, il Natale, la Pasqua, la Pentecoste…
Nella nostra tradizione letteraria la Sacralità del tempo è memorizzata continuamente.
Quanto si è perduto da quel tempo!
Marco Polo, nelle sue memorie, parlando dei primitivi, si esprime così: «Fanno onore agli idoli, il dì della loro festa, ché ciascun idolo ha la propria festa, com’hanno gli nostri santi».
Carducci, da buon laico, non parla di sacro, ma dice per il giorno festivo: «Van tutti i fedeli: van gli abbati e i baroni/quanta festa di colori/di cimiteri e di pennoni!»
Van tutti….. in chiesa naturalmente!
 
Il Leopardi vive la festa nella mesta memoria di un affetto perduto: «Se a festa anco talvolta/ se a radunanze io movo, infra me stesso/ dico, o Nerina, radunanze e feste/ tu non ti acconci più, tu più non movi».
 
Purtroppo la «Festa», nel nostro tempo, è vissuta forse, non da tanti, ma da non pochi, nel senso antifrastico (contro espressione), nel significato di far del male.
Sono in vena di citazioni.
Sentiamo il Manzoni: «In mezzo alla festa e alla baldanza c’era un’inquietudine, un presentimento che la cosa non avesse a durare».
Difatti è l’epoca, la nostra, che quando viviamo un po’ di serenità domenicale, all’improvviso ci nasce proprio un’iquietudine, un presentimento, una paura che smorza il sorriso, fa corrugare la fronte.
Il Manzoni fa dire a Don Rodrigo: «Ma che sotto questo tetto ci fosse una spia! Se c’è, se lo arrivo a scoprire te l’accomodo io. Ti so dir io, Cristo, che lo acconcio per il dì delle feste!»
Ogni festa ha sempre un’antitesi. E l’antico peccato d’origine che si ripete. Il bene si cambia in male, la sapienza in stupidità, il ridere in pianto.
Qualcuno afferma che già nella tradizione antica, assieme alla gioia della festa, esistevano anche sacrifici cruenti.
Possibile che nel nostro animo ci sia depositato l’orrore che sbuca fuori nel bel mezzo di un incontro di gioia festiva?
Per quel che so, i nostri antenati latini non avevano questa sensazione.
 
Nella letteratura latina la festa è «Hospitium festivum» (incontro piacevole) come dice Plauto.
In realtà, oggi, la festa si tinge di sangue, delitti, giochi, bevande pericolose.
Il Leopardi ha sempre una vena di mestizia nelle sue poesie.
Non lo ha nel tema dei bambini.
Nell’«Infinito» il Leopardi canta: «Garzoncello scherzoso/ cotesta età fiorita/ è sempre come giorno d’allegrezza pieno/ giorno chiaro e sereno/ che precorre la festa di tua vita!»
Vorremmo davvero per i nostri bambini un lunghissimo giorno d’allegrezza pieno. (Mons. Giovanni Battista Chiaradia)