La predica del giorno: (20/04/2019)
Regali di Pasqua

In ogni occasione si festeggia con un regalo; è giusto, in particolare per gli eventi religiosi?

Il sig. N.T. mi internetta: «Regali di Natale, regali di Pasqua, regali di Battesimo, di Cresima, di Matrimonio, di venticinquesimo, di cinquantesimo, d’Argento, d’Oro, di Platino: tutti legati a qualcosa di chiesa, esclusi forse i funerali; poi mettici i vestiti delle donne… Ma non farebbe bene la Chiesa a sopprimere tutte queste baggianate?»
 
Rispondo, ma dico subito che – pur sapendo della situazione secolaristica sviluppatasi anche in Italia (v. quello che dicevo in occasione della Mostra del Cinema di Venezia degli ultimi tre anni) - sono rimasto di princisbecco alla sua proposta e per un po’sono rimasto a pensare se la vera baggianata fosse proprio la Sua proposta o quella se la Chiesa la accogliesse; o non forse la battuta di questa mia stessa risposta.
Infatti, il problema non è proprio così semplice e quindi anche la risposta non può essere una sola battuta.
 
Comunque, è vero che molte abitudini di fare un regalo sono legate a circostanze religiose, o a fatti propri (Natale e Pasqua) o a eventi della vita di ciascuno, dove la Chiesa interviene con un suo Sacramento (Battesimo, ecc.) o sacramentale (la benedizione p.e. delle campagne o anche certi  funerali).
E’ pure vero che molto spesso le donne si preoccupano più dell’abito di circostanza che della circostanza stessa e che talvolta aspettano uno di quegli eventi per sfoggiare il nuovo vestito, pensando più alla propria bella figura che al significato della cerimonia per il quale l’ha comperato.
Ma, diciamo con una parola, è purtroppo vero che anche il sig. N.T., come gran parte della gente, oggi, non si chiede il perché di certe consuetudini belle o brutte, al punto che il regalo perde sempre più il significato originale, anzi lo si dimentica sempre di più. Anche in queste ultime decine di giorni i giornali cartacei e informatici, accennando ai giorni della Pasqua, parlano di vacanze, di viaggi, di divertimenti, di godurie più o meno lecite. Perfino il quotidiano cattolico «Avvenire» del Mercoledì Santo, 16 aprile, non accenna ad altra circostanza di quella particolare settimana, ma titola il fondo pagina di pag. 19: «Pasqua, uova e colombe aumentano del 12%». Niente di male, di per sé, notare l’aumento di prezzo dei due dolci tipici della tradizione pasquale; ma un pezzo del genere, in un giornale cattolico, certamente è segno di un’accettazione (conscia o inconscia) di una visione secolarizzata della massima festa religiosa cristiana, tanto più che dal Sommario di quel pezzo («Denuncia delle associazioni dei consumatori. L’Istat nel 2001 il costo del lavoro cresciuto solo dell’1,8%», contro appunto dell’aumento del 12%) si capisce che l’interesse della notizia è il raffronto, che non ha nulla di pasquale, tra aumento del costo del lavoro e del prezzo di vendita di quei prodotti.
Non stupisce quindi che il settimanale della secolaristica «La Repubblica»,  «Il Venerdì» della Settimana Santa, esca con la copertina che riproduciamo (da notare le parole a commento):

Pubblicità pasquale su "Il Venerdì di Repubblica"

Approfittiamo dunque per capire qualcosa.
L’uovo di Pasqua è un simbolo per significare Gesù che esce dal sepolcro: come il pulcino che, pronto per la vita  (la nuova vita iniziata con la Resurrezione), rompe il guscio. La tradizione pasquale dipinge l’uovo con simboli adatti a esprimere la Resurrezione, p.e. campane, e prevede che due persone con un uovo in mano se lo battano a vicenda sulla parte alta: vince chi col proprio, riesce a rompere l’uovo dell’altro; segno del rinnovare, dopo la Quaresima, la vittoria sulla morte. E’ un gioco ingenuo e un simbolismo quasi fanciullesco (è infatti un gioco affidato generalmente ai bambini); ma, a ben vedere, è molto profondo pur nella sua banalità quasi materiale degli elementi: implica, invece, due altissimi richiami: il primo, la spiritualità della materia (l’infinità di Dio, purissimo spirito, s’è potuta riprodurre nel mondo in forza della materia, la qualità grazie alla quantità); il secondo, il mistero del Corpo mistico: l’uomo che vince al gioco, simboleggia che egli stesso è quello che simbolicamente ri-nasce nella resurrezione.
La colomba di pane dolce ricorda la colomba simbolo dello Spirito Santo, l’Amore che dà e ridà la vita, a imitazione di Cristo, nel contesto del pane dolce, simbolo).
Sono significati altissimi, che non è facile oggi far capire a chi è affetto da una mentalità materialistica e secolaristica, creata soprattutto dai media a causa dei suoi nuovi linguaggi «contornuali»  (discorso sui linguaggi andrebbe ben meglio illustrato) impostati praticamente sull’immagine tecnica : visiva, sonora, audiovisiva ). Di qui, senza un’adeguata preparazione si è portati a ragionare sui sentimenti e sulle emozione e non sui valori veri; a prendere per qualità la quantità, ecc.; in una parola, oggi, «non piace ciò che vale, bensì vale ciò che piace».
Penso quindi sia inutile fermarsi a sottolineare l’ampiezza e la profondità del significato dei doni della Pasqua e, in genere, di tutti i regali delle varie circostanze: i nostri doni vogliono essere un modo (imperfetti fin che si vuole, ma di vero valore se fatti come vanno fatti) di ringraziare Dio dei doni che Egli ci ha fatto e ci fa, con quelle ricorrenze.
 
Anziché pensare, quindi, che i regali a Natale e Pasqua ecc. siano baggianate e che quindi siano da sopprimersi, pensiamo a come convincerci dei loro veri e profondi significati e ridiffonderne la conoscenza. Cerchiamo di capire quanto sia lontano dal grazie che vogliamo dare a Dio la mercificazione dei nostri doni pasquali, soprattutto con le uova di cioccolato con dentro le sorpresine che rendono ancor più difficile pensare al loro vero significato.
 
Sempre a disposizione, cordialmente
 
P. Nazareno Taddei sj
20.4.2003


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