Il dovere di amare - di P. Lorenzo Giordano sj

Si può fare dell'amore un comandamento? Ma che razza di amore diventa?

17/05/2009
Nel Vangelo di questa domenica viene ripetuta due volte un’affermazione che dobbiamo capire bene. Gesù dice ai suoi discepoli:
1) «Come il Padre ha amato me, così anche io ho amato Voi. Rimanete nel mio cuore».
2) «Questo è il mio comandamento, che vi amiate gli uni e gli altri, come io vi ho amati. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri».
 
Viene spontaneo domandarsi: si può fare dell’amore un comandamento? Che amore è mai questo, se non è libero, ma comandato?
Che rapporto c’è tra amore e dovere, dal momento che l’uno rappresenta la spontaneità e l’altro l’obbligo?
Ci sono due modi secondo cui l’uomo può essere indotto a fare una cosa o non farla: o per costrizione o per attrazione.
L’amore ci induce nel secondo modo: per attrazione, per una spinta interna. Ciascuno infatti è attratto da ciò che ama, ma senza che subisca alcuna costrizione dall’esterno. Sant’Agostino dice: l’amore è come un peso dell’anima che attira verso l’oggetto del proprio piacere, in cui sa di trovare il proprio riposo. Esso riesce a fare ciò che nessun comandamento esterno o scritto sarebbe in grado di indurre a fare e cioè a dare la vita per qualcuno.
Ma se è così, se noi cioè siamo attratti spontaneamente dal bene e dalla verità – che è Dio – che bisogno c’era, mi direte, di fare di questo amore un comandamento, un dovere?
La risposta è questa: finché siamo circondati da altri beni in questo mondo, siamo in pericolo di sbagliare bersaglio, di tendere a dei falsi beni e perdere il Sommo Bene.
I comandamenti ci aiutano in questo. Essi sono per il nostro bene, non per quello di Dio.
 
Tutto quello su cui vi ho invitato fino ad ora a riflettere non è un ragionamento astratto e campato in aria, ma ha un impatto sulla vita e sull’amore anche umano, che ha purtroppo tante deviazioni: violenza, razzismo, odio, vendetta, ecc., ecc.
Mi fermo semplicemente su ciò che i giovani oggi si chiedono sempre più spesso: perché il matrimonio? Il matrimonio è un’istituzione; una volta contratto, lega, obbliga ad essere fedeli e ad amare per tutta la vita. Ora, che bisogno ha l’amore che è istinto, spontaneità, slancio vitale di trasformarsi in un dovere e comandamento? Così vediamo che sono sempre più coloro che rifiutano l’istituzione del matrimonio e scelgono il cosidetto amore libero o la semplice convivenza. Un problema, come si vede serio, al quale abbiamo il dovere di dare una risposta convincente che solo la parola di Dio ci permette di dare. Riflettiamo seriamente che l’uomo che ama con convinzione sincera, deve amare per sempre! L’amore ha bisogno di avere come orizzonte l’eternità, se no non è che uno scherzo, un amabile malinteso o un pericoloso passatempo ed anche una esperienza sofferta. Purtroppo sappiamo bene di essere volubili e che domani, ahimé, potremmo stancarci e non amare più. E poiché quando siamo nel vero amore, vediamo con chiarezza quale perdita irreparabile questo comporterebbe, e allora ecco che ci si premunisce «vincolandoci» ad amare per sempre. Il dovere sottrae l’amore alla volubilità e lo àncora all’eternità.
Mostrando il profondo rapporto che c’è tra dovere e amore, tra decisione e istituzione, la parola di Dio ci aiuta a rispondere a quelle domande e a dare a tutti specialmente ai giovani un motivo valido per obbligarsi ad amare per sempre. Il «dovere di amare» protegge l’amore dalla disperazione e lo rende beato ed indipendente nel senso, che protegge dalla disperazione di non poter amare per sempre.
Chi ama sul serio secondo le esigenze di Dio è ben felice di «dover» amare, questo gli sembra il comandamento più bello, libero e liberante del mondo!
Il comandamento o il dovere dell’amore protegge l’amore non solo dallo stancarsi e tornare indietro cambiando l’oggetto del proprio amore (nel caso del matrimonio, dalla separazione o dal divorzio) ma anche dall’altro male di stancarsi, male oscuro che si chiama abitudine e che appiattisce tutto spegnendo ogni gioia, ogni tenerezza, ogni sentimento ed entusiasmo. Il «dovere» è nuovo ogni giorno, a differenza dell’istinto, dell’attrazione naturale, che va e viene e si affievolisce inesorabilmente con l’andare del tempo.
A chi non sente il «dovere» dell’amore, ma si lascia vincere dall’istinto magari dopo pochi giorni di conoscenza vuol fare la prova dell’amore e si sa bene in che consiste di solito questa prova e che cosa può costare specialmente alla ragazza tante volte per tutta la vita.
Sì, una prova ci sarebbe e non solo da chiedere, ma farne oggetto di studio: cercare cioè di conoscersi bene nel carattere e a sufficienza, sapendosi accettare come si è anche nel diverso e quando ci si rende conto che i tempi sono maturi decidersi nella promessa di amarsi per sempre. Con questa promessa – decidere di amarsi per sempre – è come se ognuno dicesse all’altro: io voglio amarti per sempre e per essere sicuro di poterlo fare mi lego a te e ti sposo col sacramento del matrimonio mettendo prima di tutto Dio come testimone ed aiuto.
È un cammino di maturità che io auguro a tutti, non dimenticando una visita seria ginecologica per una impostazione seria sulla procreazione responsabile informandosi sui diversi metodi. Quanti giovani vivono in schermaglie d’amore nella preparazione al matrimonio, bruciano il meglio della loro vita, e compromettono per sempre il loro futuro; per i genitori che sono costretti ad assistere impotenti e per la società su cui finiscono ricadere indirettamente le conseguenze degli sbagli in questo campo.
Ricordiamoci però che l’amore è sì un tema anche poetico ed è facile entusiasmarsi per esso. Ma non basta la poesia, occorre soprattutto la grazia di Dio che è un aiuto che viene dall’alto, che sana la nostra incapacità di amare, ferita ed indebolita dall’egoismo e dona costanza forza e perseveranza e ci offre i mezzi (preghiera, eucarestia, confessione) per rispettare in tutto il dovere di equilibrio di amare proposto da Dio.
Lo stesso evangelista Giovanni che nel Vangelo ci trasmette il «comandamento» di amare nella seconda lettura ci addita anche la sorgente dove attingere la forza per metterlo in pratica. Dice: Non siamo stati noi ad amare Dio ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati…. Noi amiamo perché Egli ci ha amato per primo.
Prima del comandamento di amare, Dio ci da la «grazia» cioè il dono di poterlo fare e anche i mezzi.
Egli per primo si è legato ha stabilito con noi una «alleanza», e un’alleanza eterna. L’Incarnazione infatti è stata il suo sposalizio con l’umanità. Non ci ha amato per primo una sola volta, all’inizio, sempre ogni giorno, ogni momento ci ama. Noi possiamo attingere, come vi ho già detto, da questo amore la forza per amare a nostra volta Dio e il prossimo, il coniuge con la preghiera, con l’Eucarestia, la sua Parola e ottenere il perdono, ogni volta che abbiamo mancato di farlo.
Saluto tutti cordialmente.
Padre Lorenzo Giordano SJ