Il Sabato e la Domenica - di Mons. G.B. Chiaradia

Il memoriale ebraico della liberazione e il suo significato per i Cristiani di oggi

18/12/2010
Dalla tenda del Sacro, nata dal popolo in cammino quando finalmente ha la possibilità di una terra sua, nasce il desiderio del Tempio.
Ci vorrà molto tempo per realizzarlo. Intanto si pensa ad un giorno privilegiato nella settimana in cui le ore, i minuti, il giorno, la notte siano soltanto per Dio.
Nasce l'osservazione del sabato, che si trova in tutta la legislazione del Pentateuco (2 Deut: 5,15). Il sabato per l'ebraismo è un esodo, dapprima un esodo dalla costrizione della testa bassa intenta al lavoro, per respirare a pieni polmoni il sole, le nuvole, la pioggia, il vento, la natura attorno, il profumo dei fiori, l'aspro odore della terra. Il sabato è libertà, gioia festosa.
Ma ogni respiro, ogni movimento della terra, ogni passo deve essere non tanto poetico quanto, invece, razionale per "El" che ricorre per 250 volte nell'Antico Testamento, oppure Elohim che designa il plurale di EL nel rispetto degli Dei degli altri popoli. Inizia così nel sabato una teologia - discorso di Dio - che si estende in tre momenti: il Dio vivente, il Dio che parla, il Dio presente e provvidente.
La struttura ancestrale del sabato, non va dimenticata perché è memoria di una libertà conquistata, libertà che per l'ebraismo è stata non solo religiosa, ma semplicemente politica.
Il cristiano non dimentica questa storia ancestrale e la memorizza per le sue costrizioni personali e politiche. Considerare il sabato come "libertà" da consuetudini non sempre luminose, considerarlo senza alcuna memoria storica, oppure considerare la giornata senza motivi di riflessione che abbondantemente il passato ci presenta significa dimenticare il passato come maestro di pensiero per non incorrere in errori.
Il sabato ebraico da memoria della libertà dalla prigionia egiziana, diventa dunque l'esodo settimanale dal lavoro verso un riposo di festa, si prolunga poi in un impegno di liberazione da ogni costrizione e abitudine personale per prolungarsi infine in un impegno di pensiero, di preghiera e di silenzio per un esame di se stesso.
Israele ci insegna che non esiste un tempo per Dio e un tempo per l'uomo, ma un unico tempo in cui la persona offre la sua fedeltà ai doveri che ha assunto nel tempo.
Oggi nel sabato l'uomo cerca di estraniarsi non tanto dal lavoro che spesso impera, appunto, anche nel sabato, ma da quelle abitudini che lo costringono a guardare sempre per terra e a non alzarsi ad una visione di vita che sia letteratura, arte, studio, dialogo, pensiero sì da non perdere il tempo in sciocchezze e talvolta anche nel male.
Una scossa al sabato nella nullità di oggi penso che sia, anche per i non credenti, un dovere personale.
Mi si dice: "Noi abbiamo la Domenica". Sì, ma la Domenica la riserviamo per la venuta del Cristo: evoca la sua morte e resurrezione, è la presenza del Risorto nella comunità dei fedeli.
Sarà definita "il giorno del Signore", il "dies Dominicus" dei latini da cui il nostro "domenica", giorno del Signore vittorioso o meglio "giorno memoriale della Resurrezione".
Il Concilio Vaticano II afferma che la Domenica è la festa primordiale che deve essere proposta e inculcata alla pietà dei fedeli in modo primario. Pensiamoci e meditiamo.
Mons. Giovanni Battista Chiaradia