I vignaioli omicidi - di Padre Giuseppe Pirola sj

Dio e il suo popolo: un cammino che richiede amore e conversione

04/10/2008
Forse sarà capitato anche a qualcuno di voi, a qualche papà, a qualche mamma o a qualche fratello maggiore, di avere un figlio o fratello minore scapestrato, e di volerlo correggere, prima che fosse troppo tardi e gli accadesse qualcosa di irreparabile. E anche voi, mossi da grande bontà e affetto per lui, anziché fargli una lavata di capo, avete pensato bene di invitarlo a riflettere, narrandogli una favola, raccontandogli una storia, come se parlaste di un altro, chiedendogli il suo giudizio sulla vita di un altro, e solo alla fine gli avete detto: ti ho parlato velatamente di te. Ora ti chiedo chiaramente: che hai fatto figlio o fratello mio? Che stai facendo, figlio o fratello mio? Ti rendi conto di ciò che ti sta per capitare adesso con quest’ultima tua decisione sballata che stai per prendere? Ti rendi conto che ormai sei arrivato alla fine e che una triste fine è imminente e incombe su di te?
O forse sarà capitato anche a voi, tra marito e moglie, di raccontare la storia di un matrimonio fallito, chiedere il parere sulla vicenda narrata per concludere alla fine: sto parlando con te del nostro matrimonio. Le tue infedeltà, l’ultima in particolare, non sono più tollerabili. Il nostro amore sponsale nato ai tempi della nostra giovinezza è finito. Ti lascio e offrirò ad un’altra persona l’amore che ho avuto per te e che tu hai tradito.   
Gesù ha fatto lo stesso con i sommi sacerdoti e anziani di Israele, i capi religiosi di Israele, che erano in piazza a Gerusalemme ad ascoltarlo. Raccontò loro la storia apparentemente fantasiosa, di un padrone che comprò un campo, vi piantò una vigna, e l’affidò a dei vignaioli perchè la coltivassero. Ma quando mandò i suoi servi a ritirare la parte dei frutti che gli spettava, i vignaioli li uccisero. Alla fine il padrone mandò suo figlio; i vignaioli uccisero anche lui, per togliere di mezzo l’erede, credendo così di liberarsi dal padrone e diventare loro i padroni della vigna. E, finito il racconto, Gesù chiese il loro giudizio su quei vignaioli. E dessi risposero: che il padrone faceva bene a punirli. 
Sotto il velo della parabola Gesù ha raccontato ai capi di Israele la storia del popolo ebraico. L’ha raccontata nell’ultimo tempo della sua vita, a Gerusalemme, quando l’ora della sua passione e morte ormai si avvicinava, e poco prima dell’annuncio della distruzione del Tempio e della stessa Gerusalemme e avere perciò pianto su di essa.
La vigna è la terra promessa da Yahveh al suo popolo, dopo averlo liberato dalla schiavitù di Egitto, promessa sancita con l’alleanza, conclusa nel deserto, un’alleanza di mutua fedeltà tra Dio e il suo popolo. Ricordiamo anche noi il comandamento di Dio che sta alla base dell’alleanza: “io sono il Signore tuo Dio; non avrai altro Dio fuori di me” o l’esclusione di ogni idolatria o culto di divinità pagane. E l’altra parola e promessa di Dio: “tu sei il mio popolo”, che io ho costituito come popolo liberandoti dall’Egitto; “io sarò con te” a tutela della tua libertà contro tutti i tuoi nemici.
Ma le infedeltà del popolo e le cadute e ricadute nell’idolatria e nel culto di divinità pagane non mancarono. Dio mandò i suoi servi e cioè i profeti per richiamare il popolo l’alleanza e invitarlo ad essergli fedele. Possiamo leggere nel libro del profeta Osea, un esempio di questo richiamo divino al suo popolo. Osea ricorda al popolo l’alleanza con Dio come un rapporto di fedeltà o di amore sponsale tra Dio e il suo popolo, ma anche come un rapporto d’amore tradito da parte del popolo. Passando dai servi al Figlio del padrone della vigna, Gesù parla di sé, e dice con chiarezza ai capi d’Israele: so che volete arrestarmi e uccidermi. Ma anziché preoccupato di sé, Gesù è preoccupato di loro. Che state facendo? Rifiutando e uccidendo me, l’alleanza è finita; perdete l’ultimo e supremo tentativo di Dio Padre di salvarvi o liberarvi dal peccato e dalla morte. Un invito a riflettere su ciò che i capi stanno facendo, un invito a convertirsi per non perdersi definitivamente. E un annuncio: Il Padre farà dono del suo amore per gli uomini ad altri popoli per riunire tutta l’umanità sotto il segno del suo amore. La voce di Gesù è come una voce fuori campo, che narra, noi diremmo, la storia del rapporto tra Dio e il suo popolo che si snoda nel racconto e ne dice il senso, tappa dopo tappa, fino alla conclusione ultima, e svelando di chi sta parlando solo alla fine per evidenziare il rischio ultimo di una serie di decisioni sbagliate o dell’ultima decisone sbagliata. 
Che c’entriamo noi cristiani con questa parabola, se essa narra la storia del rapporto tra Dio e il suo popolo, il popolo ebraico che Dio ha liberamente scelto come suo popolo eletto? La parabola ci richiama prima di tutto il rapporto tra Dio e il suo popolo così come Gesù lo vede, e Gesù lo vede dal punto di vista di Dio Padre, ci dice come il Padre agisce con gli uomini peccatori. Non dovremmo mai dimenticare il primo dono che Dio ci fa con la parola del Figlio suo Gesù. Il vangelo ci parla di Dio, nel senso unico ed esclusivo che è Dio che ci parla di sé, tramite il Figlio suo. E’ l’unica via che ci rivela la sua identità, chi è Dio e come agisce con noi. Pretendere di conoscere Dio con le nostre ricerche e riflessioni, non porta molto lontano. Come disse San Paolo agli ateniesi: è una ricerca fatta a tastoni. nel buio di un tunnel, appoggiandosi ai muri per non inciampare e cadere, senza vederne in anticipo la luce che sta oltre e fuori dal tunnel. E Gesù ci dice che Dio Padre ama gli uomini, non vuole che si perdano a causa dei loro peccati, e perciò ha fatto e fa ripetuti tentativi o interventi nella storia umana, per liberare gli uomini dal peccato e dalla morte. La storia che Dio realizza con i suoi interventi è storia di liberazione dell’uomo; una liberazione da non confondere con altre nozioni di liberazione e libertà. Ma la parabola contiene un ammonimento preciso per noi oggi. Oggi siamo troppo facili a dire che crediamo in Dio; che tutti siamo credenti. Gesù dice invece che possiamo dirci credenti solo a una condizione: se ci pentiamo prima dei nostri peccati, se ci convertiamo. Solo chi si pente dei suoi peccati e si converte può dirsi credente, chi si libera dai peccati che offendono Dio e il suo rapporto d’amore con gli uomini, perché violano i rapporti di giustizia e di carità con il nostro prossimo. Chi dice di amare Dio che non vede e non ama il prossimo che vede, è menzognero e bugiardo, come ricorda un passo della prima lettera di san Giovanni apostolo. (P. Giuseppe Pirola sj)