Cristo Re - di Don Adelio Cola


23/11/2008
Domenica 23 novembre 2008: solennità di CRISTO RE.
 
1.
RE di che cosa? La domanda è pertinente. I re, infatti, sono tali d’una nazione, ad esempio d’Olanda, d’Inghilterra.
E Gesù Cristo di quale paese è re ?
Tu sei re?”, gli chiese Pilato. Rispose Gesù: «Il mio regno non è _di _questo _mondo; se il mio regno _fosse _di _questo _mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è _di quaggiù». (Gv 18:36)
E’ re, dunque, senza regno “quaggiù”!
Domanda superflua sarebbe chiedergli di dove sia allora il suo regno.
Risponderebbe, (sorpresa!) che è anche quaggiù, ma non nel senso inteso da Pilato.
In quale senso allora?
Egli è RE di coloro che hanno seguito il suo invito: “_Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi _mi _ama” (Gv14:21): il suo è regno d’amore.
Come tutti i re, anch’egli proclama le sue leggi; ne ha una soltanto :”Ama Dio con tutte le tue forze ed il tuo prossimo come te stesso” (Lc 10:27).
 
2.
In altre parole, egli è re ‘per modo di dire’.
Quando, infatti, si parla di Dio (Egli è Dio), se ne può parlare soltanto ‘per modo di dire’.
E mi spiego. Dio è ineffabile, cioè non può essere espresso con parole umane in modo perfetto, perché egli è infinito e le parole no, per cui non possono ‘definirlo e contenerlo’ con espressioni convenienti.
Di Dio si può parlare soltanto in termini ‘analogici’.
Quando in riferimento a Cristo lo chiamiamo re:
a)      intendiamo riferire a lui tutte le positive qualità d’un re terreno ma elevate al sommo grado, alla perfezione, che quaggiù non si incontra mai,
b) escludendo da lui ogni imperfezione e difetto, che quaggiù s’incontrano nei re terreni.
Questo modo di parlare di Dio si definisce ‘analogico’.
 
3.
Quando la liturgia attribuisce oggi l’appellativo di re a Gesù, si esprime in modo ‘metaforico’: altra parola che merita spiegazione.
Discorso metaforico è quello con il quale mi riferisco, per esempio, ad una persona paragonandola a qualche cosa che ella non ha e non è.
Se dico ad un mio compagno di viaggio che con dedizione mi accompagna per aiutarmi nelle difficoltà:”Tu sei un tesoro!”, uso una metafora.
Il tesoro, quello custodito in banca dai ricchi, non ha niente a che fare con lui, ma il suo valore è tale che io mi sento autorizzato ad attribuire al mio amico il valore che un ricco avaro attribuisce al tesoro depositato in banca.
Gesù non è soltanto re, è tutto; con il termine re lo riduco a dimensione terrena della categoria reale, ma intendo così attribuire a lui l’autorità che ogni re quaggiù esercita lecitamente sui suoi sudditi.
Mi dichiaro, cioè, suo suddito disposto ad obbedire per amore a tutte le sue leggi.
 
4.
La liturgia di oggi lo definisce “re dell’universo”.
Il significato dell’espressione è ancora più ampio di quello sopra ricordato, ma, per quanto mi riguarda, sarei soddisfatto di potermi riconoscere senza rimorsi e con spirituale fierezza tra i suoi sudditi che con amore perseverano a seguirlo nella buona e nella cattiva sorte finché morte mi ricongiunga a lui per partecipare eternamente alla sua felicità regale in paradiso.
 
d. Adelio Cola, Torino 20 novembre 2008