Il Crocefisso in Natalia Ginzburg - di Mons. G.B. Chiaradia

Una testimonianza di civiltà dalle pagine de L'Unità

03/12/2009
In questi giorni si va da una sorpresa all’altra. Fossero belle! Macché, sempre disastrose: dalla caduta della persona in quanto tale a impensabili delitti!
In questa atmosfera, la Corte di Strasburgo ha proibito l’esposizione del Crocefisso nelle aule della Scuola italiana, perché il Crocefisso è «contrario al diritto dei genitori di educare i propri figli secondo le loro convinzioni e al diritto dei bambini alla libertà della religione».
Un grave errore, perché tutti sanno e riconoscono che, se l’Europa ha avuto nei secoli il tipo massimo di civiltà, lo deve proprio al Crocefisso.
Quel detto dell’imperatore Costantino «Galileo hai vinto» [riferito a Gesù il Galileo, e non a G. Galilei - NdR], ci fa capire che il popolo romano, ricco di meravigliosa cultura, in gran parte attinta dalla Grecia, aveva urgente necessità, per conservare le proprie radici e procedere nella civiltà, di conservare la meravigliosa poesia degli dei dell’Olimpo, come sublime letteratura, ma anche di procedere in un cammino di civiltà ricca non solo di immagini, ma di realtà: quella che il Cristo aveva insegnato ai suoi discepoli e che eminenti scrittori di quei tre secoli prima di Costantino, avevano commentato e diffuso.
In quei tre secoli prima di Costantino vengono letti, commentati, discussi i quattro Vangeli, di Marco, Matteo, Luca, Giovanni e gli Atti degli Apostoli scevri da poesia e immaginazioni, densi di una realtà che porta la persona al massimo della civiltà:
È la cultura cristiana che costruisce la persona!
La Croce, in tutti i suoi messaggi, è la base su cui l’individuo costruisce se stesso all’insegna del dovere.
Dalla Croce alla Resurrezione: bastano queste due parole per individuare nel Cristianesimo la fonte primaria del cammino della civiltà.
Ed infine non cito i cosidetti Padri della Chiesa, gli scrittori dei primi tre secoli prima di Costantino, ma salto al nostro tempo. Forse vi sorprendo!
Il 22 Marzo 1988, nelle pagine del quotidiano «L’Unità» fondato da Antonio Gramsci, allora organo del Partito Comunista Italiano, Natalia Ginzburg Levi, moglie di Leone Ginzburg, letterato ed esponente dell’antifascismo e della resistenza, morto nel 1944 per le torture subite nel carcere di Regina Celi a Roma, scriveva: «Il Crocefisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza tra gli uomini, fino allora assente. Il Crocefisso rappresenta tutti, perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi».
Questo pensiero sul Crocefisso appartiene allo stile di Natalia Ginzburg: il lamento continuo e lontano di voci perdute in cui anche il Cristo sulla Croce è presente, a cui la scrittrice tende disperatamente l’orecchio e l’anima nel tentativo di coglierle ancora e di trascriverle: attenta a qualche grido ancora più aspro come quello di milioni di ebrei, di suo marito in particolare, attenta a qualche grido nel quotidiano che d’improvviso rivela una pericolosa ascesa di inganni, di tradimenti, di incapacità di pensiero e di azione. Quella frase sul Crocefisso arriva a Lei, nel suo animo, come sulle rovine di ogni amore, di ogni legame, attesa e impulso, grondando disperazione e pietà.
A tratti il suo tanto scrivere squarcia il tono dell’antica tragedia di Sofocle e Euripide.
Lei, ora in tono pacato, che non si trova mai nei suoi scritti, lei, ebrea, vuole il Crocefisso come una fune che le viene gettata per uscire fuori dal pozzo della rovina e del nulle.
Pensa anche al Cristo risorto per avere pace? Non lo so. Forse si!
Mons. Giovanni Battista Chiaradia