La coscienza, ossia come valutare bene e male - di Mons. G.B.Chiaradia

Ascoltare oggi la voce del Signore

02/10/2010
All’inizio di un Nuovo Anno è bene rapportandoci a noi stessi, specialmente al nostro passato, con uno sguardo retrospettivo e sincero, fermandoci non ad una semplice constatazione delle nostre azioni, ma ad una valutazione di giudizio sul bene e sul male. Si crea così, un po’ alla volta, il vocabolo “coscienza”. Ne sono convinti coloro che studiano come si sono formati certi vocaboli che puntano al giudizio della propria persona.
Sembra che questo sviluppo inizi con i sette sapienti (Periante, Biante…) e poi diventa frequente specialmente nella dottrina degli Stoici (Stradone, Plutarco…).
Così, se l’individuo è in grado di un sincero esame della propria vita, di fronte a questa istanza personale giudicante, si finisce col parlare di buona coscienza o di cattiva coscienza. Di solito, buona coscienza, è quella persona che si sente calma e sicura, mentre la cattiva coscienza avvolge la persona nell’inquietudine.
In una tragedia di Euripide, tragediografo greco del 5° secolo a.C., nell’Oreste, l’assassino della madre considera la sua coscienza come una malattia che si fa sentire costantemente nell’anima e lo annienta.
Nella letteratura greca le Erinni sono donne mitologiche divine che creano nell’individuo una cattiva coscienza che costantemente inquieta.
Da notare che, da quando è sorto il vocabolo “coscienza”, questa è sempre stata intesa come cattiva coscienza. Bisogna aggiungere che Seneca, (quindi a Roma nel 50 dopo Cristo), scrittore e filosofo latino, è in grado invece di parlare di coscienza buona e perfino “preclara”.
Nella Bibbia dell’Antico Testamento non esiste un termine specifico per “coscienza”. Il problema di rapportarsi a se stessi passa in secondo piano. Al posto di un esame di coscienza, che per l’individuo dell’Antico Testamento non ha alcun valore, c’è la voce di Dio che invita alla penitenza e gli fa dire col salmo 51: “Crea in me, o Dio, un cuore puro e rinnova in me uno spirito saldo”. Per l’Antico Testamento la coscienza non è un’istanza autonoma, ma un entità guidata da Dio che conduce la persona alla coscienza del peccato e al pentimento.
Essa si presenta come parola di Dio che incolpa, accusa, svergogna e come giudice insegna, dà indicazioni, esorta alla conversione e, se riesce a convincere, si rallegra e si riconcilia.
Nel Nuovo Testamento la coscienza ha un significato di “consapevolezza”. Paolo, nella lettera ai Romani 2,15 dice: “Essi (i Romani) dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro ragionamenti che ora li accusano, ora li difendono”.
Per Paolo la coscienza è un ente che dirige la persona verso il bene, rimprovera o gratifica. Da un lato Paolo si rallegra per l’approvazione della sua coscienza guidata da Dio (Cor. 2,12), dall’altra spera che anche la coscienza di altri riconosca la purezza della sua esistenza missionaria.
A conclusione, la persona che non fa alcun uso della coscienza, si presenta come colui che non ha alcun riguardo per gli altri e, se è un credente, non rispetta il Creatore: segue solo i suoi istinti, è egoista, è un tipo pericoloso. Per chi non la rispetta, la coscienza è comandata dagli istinti del momento, per cui ogni rispetto verso l’altro non esiste. Gli innumerevoli e ingannatori travestimenti con cui il male si presenta rendono insicura la persona fino al punto che accondiscende, al male.
Nel nostro tempo ha molto seguito la teoria della “coscienza telecomandata” dalla pubblicità, dall’ambiente, dai media. Ciò che distingue il credente dal non credente è il rapporto con Dio. Il non credente è solo con se stesso: sarà capace di difendersi sempre dal proprio tornaconto, dal qualunquismo, dalla veemenza della passione?
È il legame alla volontà di Dio a rendere libera la persona. È Dio che mette a fuoco la coscienza perché sa che l’uomo deve rendere conto a Lui. Non ti mette paura, ti dice solo di non farti male. Se cammini da solo, o prima o dopo, incontri la discesa che ti umilia e rovina.
Mons. Giovanni Battista Chiaradia