IO SONO LA VITE… di don Giuseppe Marino

…rimanete in me….

03/05/2015

Il vangelo di questa V domenica di Pasqua ci dona una riflessione sulla vite come immagine dell'identità di Gesù e sul custode della vite come identità di Dio Padre: 'Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore' (Gv 15,1).

Da questa pagina evangelica emergono alcune riflessioni per la nostra vita:

1. Portare frutto: il desiderio custodito nel cuore dell'uomo. Ogni uomo vive per portar frutto. È l'immagine di una vita che funziona, di una esistenza bella e che, appunto, genera frutti abbondanti. Il fallimento fa male perché ogni uomo desidera ovviamente far fruttificare la propria vita. Noi siamo stati creati per portar frutto, per creare cose belle, per fare della nostra umanità qualcosa di abbondante, da contemplare nella sua bellezza. Ciascuno di noi vive per portare frutto.

2. 'Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me porta molto frutto' (Gv 15,5). Qual è il problema di chi non porta frutto? Perché può succedere che una vita non porti il frutto sperato e desiderato? C'è una sola vite capace di generare frutto buono. Questa vite è Cristo. Se una pianta non porta frutto è sterile. Se una vita non si realizza, non si può dire bella, è perché non è innestata in Cristo. Non si tratta di una bellezza secondo i canoni di perfezione del mondo evidentemente, ma di una bellezza che scaturisce in una pienezza di vita e di senso che solo Cristo può dare. Solo Cristo è quella vite che permette a noi, suoi tralci, di portare frutto abbondante.

3. 'Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia' (Gv 15,2). Ci sono tralci che, pur essendo attaccati a Cristo che è la vite, devono essere tagliati perché non portano a niente. Si tratta di iniziative personali, progetti, idee che, senza alcun dubbio, partono da propositi veri di diffusione del vangelo o di autorealizzazione in Cristo ma che, evidentemente, non portano a nulla. È una richiesta di coraggio da parte del Vangelo di questa domenica di dire: 'Qui è necessario tagliare. Questo è un ramo sterile. Questa attività, questa iniziativa, questo mio progetto personale che credevo potesse portare a qualcosa di buono in realtà non serve, è un fallimento'. È un invito a vivere l'esperienza del fallimento non come una fossa in cui seppellirsi ricoperti dallo scoraggiamento, ma come un nuovo punto di partenza da cui rimettersi in cammino.

4. 'Ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto' (Gv 15,2). Dio Padre, l'agricoltore, ama tagliare. Taglia ciò che non porta frutto e taglia anche ciò che porta frutto. È il cammino cristiano vissuto come un percorso verso ciò che è sempre più essenziale, una corsa ad essenzializzarsi. L'agricoltore taglia perché la linfa non vada sprecata in rami che non hanno possibilità di portare grandi frutti. Così fa Dio con noi. È Lui stesso che invita a tagliare il superfluo, ciò che ci fa appesantire la vita dietro ciò che è superfluo, ciò che ci arena, ciò che ci fa perdere di vista la meta. È un'opera di amore di Dio che ci desidera più agili nella corsa di questa vita per non farci perdere il meglio che abbiamo davanti; che ci invita a non guardare a ciò di cui ci spogliamo ma, soprattutto, alla bellezza della meta da raggiungere.

5. 'Senza di me non potete far nulla' (Gv 15,5). Quante volte cadiamo nell'inganno di poter realizzare chissà quali grandi cose. Quante energie sprechiamo in disegni e progetti che assorbono tanto tempo, tante energie, promettendo frutti che in realtà, anche se a volte arrivano, non sono mai la soluzione vera alla nostra sete di felicità. Quante opere vane abbiamo compiuto o abbiamo in progetto di fare. La V domenica di Pasqua ci dice chiaramente che solo il Risorto può riempire di eternità le nostre opere, che senza di Lui nulla vale di ciò che abbiamo o facciamo. C'è una sola strada da seguire per riempire di eterno la nostra vita terrena. Ce la indica l'evangelista oggi: 'Rimanete in me' (Gv 15,7).