Il Sacro Cuore vale ancora!

Sì, anche nella Chiesa moderna, perché quel simbolo è segno della realtà

08/06/1997

Il dr. S.G. mi internetta: "Sto collaborando ai lavori del Sinodo della mia diocesi e sono veramente meravigliato per come anche alcuni sacerdoti insistano su Cristo centro della vita del cristiano e sull'interpretazione (generalmente personale) del Vangelo, ma poi facciano risolini se si parla, p.e., del S. Cuore e sorvolino quasi schizzinosi quando si cita la parola ufficiale del Papa."
Rispondo con tristezza, perché anch'io da tempo mi sono accorto di idee che circolano in qualche parte del clero, quasi fossero più protestanti che cattolici. Ed e' ovvio che anche i buoni fedeli ne restino - diciamo - bacati.
Non posso giudicare nessuno, così in blocco, perché bisognerebbe vedere caso per caso; tuttavia anch'io talvolta ho l'impressione che qualche sacerdote beva alla fonte dei media e in particolare della tv, più che a quella di una sana teologia (la quale - intendiamoci - e' scienza e non opinione sentimentalistica e personale).
Come si fa a parlare di Cristo, centro della vita, e del Vangelo, se poi praticamente si misconosce che Cristo, per noi, in questo preciso momento storico, e' il Papa, almeno nella sua veste di Suo Vicario?
E il Vangelo:
chi pretende di poterlo interpretare "personalmente" senza particolari e approfonditi studi, quando e' un testo che ha consumato secoli di intelligenze per capirne i veri significati, semiologici prima, e poi teologici e pastorali? Certo, il Vangelo parla da solo e a tutti; ma che cos'e' e cosa dice? E' quello che e' e quello che dice, esso, il Vangelo; non certo quello che uno, magari senza conoscenze esatte, pensa che sia o che dica.
Questa volta, però, vorrei dire qualche parola sul S. Cuore, dato che proprio venerdì scorso e' stata la festa annuale.
Certamente, per la nostra tradizione occidentale, il cuore e' il centro della vita e anche dell'amore. Ma per molti moderni, questo centro e' il cervello e presso alcuni popoli e', p.e., il fegato. Dovremo dunque cambiare il S. Cuore con un S. Cervello o un S. Fegato? Allora lo lasciamo stare? Se il Sacro Cuore avesse solo queste basi convenzionali, diciamo pure che la considerazione non sarebbe poi molto fuori posto. Ma le basi vere sono un po' diverse.
Per la teologia, il cuore fa parte dell'intero uomo-Cristo. Questa umanità, "non per se stessa, ne' considerata separatamente, ma in quanto unita al Verbo, e' degna di un vero culto latreutico. (...) Ciò vale per qualsiasi parte dell'umanità. (...) Oggetto proprio del culto quindi non e' solo il cuore fisico, ne' solo l'amore, ma il cuore fisico come simbolo dell'amore."(Luigi Penzo in Enciclopedia Cattolica, alla voce) Intanto si parla di simbolo.
Ma si attenda bene, perché il cuore non e' solo simbolo "convenzionale" dell'amore (altrimenti potrebbe valere anche il fegato) o comunque della vita affettiva, bensì ne e' segno "naturale", perché tutto quanto si riferisce agli affetti si ripercuote nel cuore. Si pensi a quelli che schiattano nell'apprendere una brutta notizia (arrivata attraverso il cervello). E quindi, più che di "simbolo" ("segno di segno" che implica una convenzione, almeno in uno dei due passaggi) si dovrebbe parlare di "segno".
Quindi, dobbiamo andare un po' al di là' del cervello e del fegato.
I teologi dicono che il cuore di Gesu' non e' solo simbolo del suo amore, bensì di tutta la sua vita intima, quindi delle sue gioie e delle sue tristezze, delle sue virtù e dei suoi sentimenti umani e sensibili. Di qui, allora, anche la devozione all'Eucaristia, che e' il dono più prezioso dell'amore di Cristo per noi.
Ma anche l'aspetto simbolico e' ricco e profondo. Pensiamo al costato di Cristo in croce, il quale, all'urto della lancia, sgorga sangue e acqua (e questa e' storia). La S. Sindone da' un'impressionante immagine di quel cuore squarciato (v. in fig.1 la parte della Sindone e in fig. 2 il dettaglio. La parte bianca è il rappezzo di una bruciatura).

Dettaglio della Sindone

figura 1

Dettaglio ingrandito della Sindone

figura 2
 
Già Isaia (12,3; 55,1; 48,21) aveva predetto che dal Messia sarebbero sgorgati fiumi di acqua viva; e S. Giovanni (IO, 7,37) precisa che quei fiumi devono scaturire dall'umanità di Cristo; S. Paolo (I Cor. 10,4) presenta il Cristo come la roccia dalla quale scaturì l'acqua per dissetare gli Ebrei nel deserto. I Padri videro simboleggiata la lancia di Longino nella verga di Mosè, la ferita del costato nella spaccatura della roccia, l'Eucarestia nell'acqua salvifica sgorgata.
"Simboli" che s'avvicinano al "segno" e corrispondono a una realtà complessa. Già con i santi Anselmo e Bernardo (sec. XI) dal costato di Cristo si arriva al cuore e all'amore.
Con s. Bonaventura (sec. XIII) comincia la devozione, alimentata e diffusa anche dalle ss. Matilde e Geltrude; si alimenta a opera di Certosini e Benedettini nel sec. XVI; poi sfocia con S. Francesco di Sales nella Congregazione delle Visitandine legate al S. Cuore e, di qui: le sante Giovanna de Chantal e soprattutto Margherita M. Alacoque, che riceve speciali comunicazioni nelle visioni celesti, dove, tra l'altro, si affida alla Compagnia di Gesu' un particolare incarico per quella devozione (P. Lallemant e soprattutto Claudio De la Colombiere, oggi santo).
La devozione al S. Cuore ha esercitato ed esercita ancor oggi benefici influssi sulla vita della Chiesa, diffondendo un senso della tenerezza d'amore divina nel mondo del Deismo e del Giansenismo e, oggi, nel corrotto mondo del secolarismo paganeggiante comunista e consumista.
Io stesso devo al S. Cuore di Gesu', tramite i santi Margherita e Claudio, la mia tormentata vocazione alla Compagnia di Gesu'.
Il "simbolo" e' diventato ed e' "segno" di realtà.
A risentirci! Cordialmente
 
P. Nazareno Taddei sj