La Felicità

Si cerca di esaminare il dilemma se la felicità è innata o s'impara. Ma quale felicità e in quale contesto?

04/11/2003
Il sig. B.G. mi internetta: «Ho visto sulla copertina d'un settimanale di questa settimana un bambino che piange (o forse ride?) e la didascalia "Chiedimi se sono felice"» e vi si annunciano risposte di esperti al problema se la felicità è innata o s'impara. Sono andato a leggere, ma non ne sono rimasto molto convinto. Insomma, dica Lei, se vuole e se può, cos'è la felicità?»
E' problema da un milione di dollari. Già S. Agostino – che pur qualcosa aveva avuto da dire e da scrivere sulla felicità – dichiara d'aver incontrato sull'argomento ben 88 opinioni diverse. Tuttavia, cerco di rispondere, per quanto ricordo dei miei studi all'Aloisianum di Gallarate e seguendo l'Enciclopedia Filosofica del Centro di Studi Filosofici sempre di Gallarate, alla voce.
Dico subito che non mi meraviglia che B.G. non sia rimasto soddisfatto delle spiegazioni di quel settimanale. Dispiace dover dire che risposte soddisfacenti a una problematica così spirituale non si possono trovare in pubblicazioni tendenti, sotto sotto, al materialismo, col falso pretesto di concretezza. E' certo un concetto corretto, in un certo senso; ma limitato. Crea pericolosa confusione.
Superiamo quindi il concetto materialistico di felicità: possesso o godimento di beni terreni (dalla salute alla gloria: p.e. «la felicità è non aver mai meno dei vicini») nel quale è facile cascare.
 
Il concetto di «felicità» (in greco: e¤tucàa, e¤daimonàa; in latino: beatitudo, felicitas) ha alle spalle quello di «eudaimonia» (in greco, significa appunto «felicità») che indica il problema della felicità e del Sommo Bene. Fin dai primi tempi, ebbe due aspetti: a) ontologico: esiste un «Bene in sé», identificato con la divinità (cfr agatologia); b) etico: ricerca del migliore stato di felicità, in relazione sia all'anima sia ai beni esterni (cfr eudemonologia).
Anche a prescindere dal concetto religioso (dal quale, però, è impossibile separarsi) il concetto di felicità esprime l'esigenza insopprimibile di soddisfazione per l'appagamento totale, senza tempo e senza spazio, di ogni desiderio. Il concetto, poi, è molto vicino, anzi direi connesso, col concetto di «beatitudine», che esprime una realtà infinita (cfr agatologia) di cui entrare in possesso, come appagamento d'ogni desiderio.
Ma il possesso d'un bene genera di sua natura«gioia» (gaudium, delectatio), sentimento affettivo di natura morale e spirituale. (Nota: non propriamente «piacere», inteso come sensazione piacevole di natura fisica o sensibile; non accettiamo quindi le teorie edonistiche, secondo le quali la felicità è da ricercarsi nel piacere, inteso come godimento sensibile sia della vita vegetativa [piacere fisico: gustare un cibo], sia della vita psichica [piacere morale: ammirare un'opera d'arte]).
Orbene, la felicità è appunto il termine che esprime il godimento di quel possesso: spirituale, non legato alla materia, quindi né fisico né psichico.
Ma esprimendo qualcosa di «infinito», cioè senza tempo e senza spazio, ne deduciamo che la felicità è qualcosa che non si può avere in questa vita, soggetta appunto al tempo e allo spazio.
Questo aspetto della dimensione di infinito della felicità è quello che – lì per lì – per lo piú sfugge: noi crediamo che qualcosa è infinito perché non ne vediamo i confini, come guardiamo il mare o anche il cielo; ma i confini ci sono. L'«infinito» è tutta altra realtà.
D'altra parte, non è facile eliminare la parola dal nostro vocabolario. Non resta quindi che renderci conto che lo prendiamo in senso limitato – materialistico e non spirituale (e quindi, diciamo pure, animale e non umano) –; ma che, soprattutto, non è civile prenderlo in questo senso quando parliamo della vera felicità.
 
C'è poi un'altra accezione, quando cioè la felicità è riferita alla cosa pubblica o interessa le dottrine politiche. Con questa accezione, ripiombiamo al suddetto livello concreto e materialistico, mentre, s'è visto, che la felicità lo sorpassa e si attua nel mondo spirituale.
 
Anche la concezione cristiana considera le due posizioni di chi preferisce appoggiarsi sull'intelletto (S. Tommaso, che supera l'eudodemonismo di Aristotele) o sulla volontà e il sentimento (s. Agostino), ma vicendevolmente si apprezzano e si accettano, distinguendosi, ma non dividendosi: il momento intellettivo e il momento affettivo sono copresenti (benché in modo diverso) nell'atto operativo. Come? Il piano filosofico sul quale stiamo operando è l'avvio a un ordine che sopravanza il limite del piano naturale. In una parola, la felicità indica, già da oggi, una realtà che per ciascuno di noi si capisce pienamente e si attua nell'aldilà.

 

P. Nazareno Taddei sj