La morte bella

Alcune riflessioni sulla morte del Papa Giovanni Paolo II e del suo significato più profondo.

16/04/2005
La sig.a G.G. mi internetta: «La morte di papa Wojtyla, il grande, ci ha riempito occhi e cuore per giorni interi e intere notti. Anche le parole del Suo Testamento mi hanno impressionato: "Deve Venire per tutti; ma non sapete, né potete sapere quando". Fatto sta, che adesso m'è venuta una gran paura della morte; e forse non solo a me. Ci dica una parola lei, della morte. Grazie!»
Ben volentieri; ma cosa posso dire io, che già non conosciate?
Ed eccomi: per un cristiano la morte è una gran bella cosa e non può e non deve far paura a nessuno.
Veduta di San Pietro dopo la morte di Giovanni Paolo II
Riflettiamo un solo istante: la morte è l'istante in cui la persona umana, ch'è fatta a immagine e somiglianza di Dio, passa dal tempo all'eternità, cioè ritorna alla Casa del Padre, che è appunto l'eternità.
Come per il disegno della Natura, il cui infinito architetto è stato il Verbo, cioè il Figlio «generato» nell'infinità dello Spirito, ma «non fatto», da Dio, senza alcun contributo materiale. Infatti, Dio, al solo vedersi, cioè al conoscersi, nella Sua infinita intelligenza, che per ciò stesso è la «verità» assoluta e infinita, disse, cioè pronunciò la parola ( Verbum , in latino): «Sono Dio!» (ed ecco il Verbo, quel Verbo stesso (infinito, come Dio stesso) che poi s'è fatto «uomo» (come ciascuno di noi), ma nel grembo misterioso della Vergine Maria, per opera non già di uomo, come noi che abbiamo avuto un «papà», bensí dell'infinito Amore di Dio, che sprizza dal Padre eterno per il Figlio e dal Figlio stesso per il Padre, pure eterno, e infiniti ambedue, come infinito è anche quell'Amore (lo Spirito santo) da essi generato per il loro stesso Essere.
Questo è il mistero della vita, dove si inserisce e si nasconde anche il mistero della Morte. Ma come si fa a capirlo, se non si pensa a quell'immensa concezione, eterna e infinita che è il mistero della vita?
Come si vede, è sempre lí che dobbiamo cascare: la fede, cioè la convinzione accettata e sentita che Dio esiste, nella Trinità del Padre, del Figlio (Verbo [UOMO]-Cristo) e dello Spirito Santo, che ci vuol bene e desidera solo soprattutto il nostro bene per sempre, ch'è appunto la felicità eterna e la porta per entrarvi è appunto la MORTE.
Certo la morte è un distacco ultimo e supremo; ma da che cosa? Da quelle quattro cose, che pensiamo siano i nostri tesori, che pure al massimo ci accompagneranno nella bara e poi?
Già il distacco da tutto e da tutti. Penso a quanto ho sofferto di nostalgia, quando salutavo tutto e tutti per andare in collegio, dove pure mi trovavo bene e avevo parecchie soddisfazioni; ma non mi vergogno di confessare che, una volta salito sulla ballonzolante Trento-Malé, che dopo circa quattro ore m'avrebbe scaricato in città (quanto minor tempo avrei impiegato andando in bicicletta!), mi scioglievo in lacrime a fontanella: nostalgia. vorrei dire: infinita; ma non è la parola giusta. Comunque parola giusta è l'enorme dolore per la nostalgia di quel distacco che doveva durare qualche mese. Qui invece c'è di mezzo l'eternità; cioè un'altra vita, ma vita di beatitudine e di felicità; felicità, poi, che è quel gaudio che solo lí si può avere, proprio grazie all'infinità del tempo e dello spazio, come m'ha insegnato e fatto capire, non senza notevoli sforzi in Filosofia il non dimenticato prof. Fiocchi, che non si vergognava di portare in classe delle boccette di profumi vari che annusava per farci capire cosa possono essere le delizie che ci vengono da e su questa terra e che la felicità è la coscienza dell'eternità di tutte insieme quelle delizie, senza il timore di perderne anche una sola o anche un solo pizzico di esse.
Aver dunque paura della morte, non è una grossa sciocchezza ?
Sí, io piangevo a garganella per la nostalgia; ma pur non mi aspettava una vita spaventosa o asfissiante; anzi viceversa. Qui, invece, si tratta di un'eternità di felicità. È questo che La spaventa? Un pizzichino di testa sul collo non le basta? Ahimé!
È ben vero, tuttavia: ma chi mi assisura che alla mia morte andrò da quella parte?
Questa, sí, è una domanda logica; ma fino a un certo punto. Infatti, Le chiedo: perché il Verbo s'è fatto uomo per finire a morire in croce, com'è finito? Eppure il Verbo era Dio e sapeva quel che faceva, e lo faceva proprio per il bene (cioè la felicità) di tutti gli uomini! E quanto costa il biglietto per quell' aldi là? Lo sappiamo: la Passione e la morte di Cristo e la Sua Resurrezione!
Ma le sappiamo o non le sappiamo queste cose? O siamo proprio talmente stupidi da non tenerne conto?
Tutto dunque ricade addosso, proprio a noi!
Un pizzichino, piccolo piccolo, di intelligenza e di buona volontà sono piú che sufficienti, se siamo convinti che Cristo ha affrontato il suo martirio per darci la possibilità di una giaculatoria: «Cristo mi affido a te!» «Madonna Santa, aiutami a credere al Tuo Figlio, tu che hai detto: "Sia fatto come tu dici!"» «Trinità Santissima e Vergine Maria, affido a Voi il mio Spirito e tutta la mia vita! perdonate i miei peccati, anche quelli che non ricordo e mi affido alla vostra misericordia che è grande come il cielo e che interessa a Voi esercitare per chi si affida interamente a Voi, con tuttta la lealtà possibile!»
Non ci vuole poi uno sforzo enorme: basta un po' di sincerità e di lealtà verso la propria coscienza e verso Dio, che, come il padre del Figlio prodigo, come ci ha insegnato Gesú, è lí che ci aspetta a braccia aperte.
E non è sciocco aver paura di quelle paterne braccia aperte, lí, che aspettano proprio noi?

Ma il discorso non finisce qui.
Papa Wojtyla, il Grande, con la sua morte ci ha insegnato anche che la morte è qualcosa di veramente grande.
Pensiamo anche solo alle fiumane di persone che hanno riempito Piazza S. Pietro e dintorni, ore su ore, per poterlo rivedere fugacemente da morto e rivolgergli l'ultimo saluto e, forse, non certo l'ultima preghiera (fig. 1). Gente di tutto il mondo che ne aveva colto l'immensa carità di Padre amorevole e ricco di misericordia, come Egli stesso volle dedicargli un giorno-domenica dell'anno.
Quei giorni, anch'io ero a Roma e desideravo andare a rendergli il mio ultimo «grazie», omaggio terreno; ma non mi sono sentito di mettermi in quelle fiumane, pur conoscendone i sentieri, ma non sapendo se e come sarei arrivato in fondo.
L'avevo fatto per la morte del suo predecessore, circa la cui morte erano corse strane voci, che il colore cinereo di quella salma, per quanto potevo saperne io, e il non dichiarato maneggiare di addetti alla cura di quel sacro corpo mi hanno confermato.
Ma per questo Papa,le incredibili fiumane di gente d'ogni genere ed età mi hanno convinto a sufficienza che stavo assistendo un evento straordinario nella storia della Chiesa e della santità dei suoi membri e rappresentanti.
Ma ancora piú di quelle fiumane commoventi e inusitate, mi hanno sconvolto i 400 regnanti e capi di Stato, con seguito, accorsi ai funerali (fig. 2). Una misera bara di legno, senza nessun segno di distinzione, nemmeno le solite maniglie per sollevarla, ne accoglie il corpo pallido ed esangue, lussuoso nel mantello di porpora e attaccato a quel pastorale, al quale tante volte s'era faticosamente appoggiato nei suoi incontri nelle varie parti del mondo.
Capi di stato e dignitari davanti alla bara di Giovanni Paolo II

I sediari d'un tempo la portano a spalla: in prima fila i regnanti (qui [fig. 2]) si vedono quelli di Spagna), in file successive i capi di Stato (qui di intravvede Chirac di Francia). Nel nome di questo grande Papa, che figli e rapprentanti dello stesso Cristo non hanno voluto accogliere, com'egli aveva chiesto e desiderato, nella loro Russia e in Cina, regnanti e capi di nazioni in guerra tra loro si sono salutati col sorriso, ma addirittura con strette di mano, segni di quella pace che Papa Wojtyla aveva implorato da quel Verbo di cui era Vicario in terra e che ora vedeva auspicata e quasi promessa, se non ancora ottenuta nei fatti, segni però che hanno del miracoloso e che stimolano la nostra fede soprannaturale di tuttti noi cristiani, che ci avviamo in un terzo millennio, di cui Papa Wojtyla ha già tracciato le direttive chiare e decisive con le sue indicazioni di una cultura «nuova», data dai «nuovi modi di comunicare, con nuovi linguaggi, nuove teniche, nuovi atteggiamenti psicologici.

Non a caso, penso sia lecito, se non doveroso, osservare che lo Spirito santo, in chiusura di pontificato, lo ha sollecitato a stendere la straordinaria Lettera Apostolica sulle comunicazioni  sociali, che si riallaccia con forza all'art. 37 della Redemptoris Missio e alla Inter Mirifica di Pio XII del 1963 nel Concilio Vaticano II.
Chi può pensarci, ci pensi.
Io, modestamente, prego la SS.ma Trinità.

Sempre a disposizione, cordialmente
 
P. Nazareno Taddei sj