L'eutanasia e l'accanimento terapeutico - di P. Lorenzo Giordano sj

Solo guardando «oltre» possiamo giudicare la nostra esistenza

12/05/2007
«Ratzinger detta la regola, Martini pensa alla persona»
(dal Corriere della Sera, 5 febbraio 2007, pag. 9 di Gian Guido Vecchi)
 
Siamo sempre in tema di eutanasia e di accanimento terapeutico e il titolo ha portato una parte della Chiesa a discutere sul discorso martiniano a riguardo dello scarto tra regola principio generale e la realtà della persona concreta sofferente. Si cita il catechismo per spiegare sia il no all’accanimento terapeutico sia il no all’eutanasia e sin qui siamo tutti d’accordo.
Dopo di che la difficoltà sta proprio nel rintracciare i confini, arrivare caso per caso a distinguere dove finisce l’uno e inizia l’altra. L’arcivescovo di Lanciano Ortona, Carlo Ghindelli, 72 anni biblista di fama internazionale e facente parte del consiglio episcopale della Cei, che ha firmato il 21 novembre 2006 il Messaggio del Papa sulla Vita riflette così: «nell’intervento del Card. Martini “che pensa alla persona” apprezzo sia il contenuto sia la forma. La delicatezza con cui affronta questioni così complesse e le sue affermazioni esprimono anzitutto la preoccupazione per la dignità umana della persona, specialmente quella più meritevole d’attenzione perché malata, non è certo a caso che il suo intervento inizi con un cenno autobiografico, la descrizione della sua situazione personale (cfr. Il Sole 24ore, domenica 21.1.2007). Il testo di Martini è sottile: “forse si potrebbe parlare non di sospensione dei trattamenti (e ancora meno di staccare la spina) ma di limitazione di trattamenti…”. Si fa presto a dire aut-aut, a contrapporre le posizioni come se si escludessero a vicenda “regola e persona”. Parliamo di una realtà complessa: bisognerebbe fare lo sforzo di vedere l’et-et, l’una e l’altra. Attenzione però: ciò che dicono i documenti del magistero cattolico, con Benedetto XVI da una parte e il card. Martini dall’altra, sono come le facce di uno stesso prisma: a considerarne solo una si perde la visione di insieme e l’equilibrio del giudizio. Vedono la stessa realtà da punti di vista differenti come quando si evidenzia una parola e l’altra della medesima frase». Fin qui riflette l’arcivescovo Ghindelli.
Certo: esistono punti controversi e zone grigie - dice Martini - ma in Vaticano, continua il giornalista Gian Guido Vecchi, si teme soprattutto l’effetto “piano inclinato” il rischio che ogni più piccola apertura o dubbio sui casi di accanimento terapeutico faccia cadere gli argini e produca una inondazione, una deriva che rischia di arrivare all’eutanasia sul modello olandese.
Io condivido il parere di Vincenzo Saraceni, specialista della riabilitazione e presidente dell’associazione medici cattolici: «Il Card. Martini ha detto che la volontà del malato va accolta e valutata con saggezza, ma permangono troppi dubbi nei professionisti in camice bianco». Continua Rodolfo Proietti, responsabile della rianimazione al policlinico Gemelli: «dobbiamo riflettere su come definire eutanasia e accanimento terapeutico dal punto di vista deontologico, etico e del diritto. Servono nuove definizioni perché parliamo linguaggi differenti e perché la medicina è cambiata. Ognuno di noi attribuisce significati diversi ai due termini».
Concludo con il filosofo cattolico Giovanni Reale, curatore delle opere di Giovanni Paolo II, che riflette riguardo all’attenzione della persona malata del discorso Martini: «nel testo del Cardinale c’è di più ora che si è ritirato in Terra Santa: è come se avesse una visione più ampia, lo sguardo di chi riesce a vedere le cose anche da Gerusalemme non solo da Atene: i grandi principi enunciati vanno accettati e calati nell’uomo concreto, la persona sofferente che ho qui davanti e si trova in questa situazione. Dio ha mandato sì i dieci comandamenti, ma poi è arrivato il Suo Figlio che si è fatto uomo accettando pienamente tutta la nostra umanità eccetto il peccato».
E nella sua umanità ci ha dato un grande esempio e soprattutto l’accettazione della volontà del Padre nella sofferenza della Croce, pur avendo pregato nel Getzemani, sudando sangue: «Padre se è possibile passi da me questo calice, ma non sia fatta la mia, ma la tua volontà»!
Così Martini conclude il suo discorso: «è soltanto guardando più in alto e più oltre che è possibile valutare l’insieme della nostra esistenza e di giudicarla alla luce non di criteri puramente terreni, bensì sotto il mistero della misericordia di Dio e della promessa della vita eterna».
Cordiali saluti, sempre nel ricordo di P. Nazareno di cui mi sento l’ombra!
P. Lorenzo Giordano sj